20 10 / 2012

Una volta una persona mi ha chiesto: “come si fa a non pensare?”. Beh, se mai il progresso ci porterà una macchina che cancella i ricordi che non vogliamo più avere (come in “The Eternal Sunshine of the Spotless Mind”), sarà certamente la soluzione. 

In ogni caso per ora non esiste, e forse è meglio così.

A parte metodi burlesquiani, non sempre praticabili, io ne conosco due abbastanza efficaci, e del tutto simili. Ho spesso affermato: cucinare è come scrivere. Ed è vero.

In entrambi i casi si prendono ingredienti di per sé senza qualità pratiche, sebbene di valore intrinseco, come una parola, o un pezzo di carne cruda, e si lavorano per creare mondi fantastici, che siano letterari o gustativi. È un processo fisico, ma anche divino, se si è bravi.

Questo però non basterebbe. Entrambe le occupazioni, come molte altre, hanno la fortunata caratteristica di essere totalizzanti, se ci si tuffa all’interno con animo creativo e non come una pura sequenza di procedure.

Ci sono autori, per esempio, che dividono le fasi di scrittura in freddi momenti tecnici: preparare una dettagliata sequenza di ciò che dovrà accadere nella storia, dicono, aiuta a facilitare la fase di stesura.

Sebbene possano essere grandi scrittori affermati, l’errore sta proprio lì: godersi il viaggio, significa renderlo complicato, imprevisto, sorprendente. Non facile. Così per la cucina: sperimentare, cambiare, sbagliare. Non fare come fanno gli altri.

Poi non verrà sempre tutto bene, si perderà tempo, non sarà una professione o una catena di montaggio da cento piatti a sera o tre libri da top ten all’anno. Ma se siete lettori, o buongustai, e conoscete il significato di viaggiare con la fantasia in mondi incredibili, beh provate a moltiplicare quella sensazione per un milione.

Quello è ciò che si prova dall’altra parte.

Per cui avendo scritto molto, nelle ultime settimane, oggi cucinerò.